La prima volta che ho preso in mano un manga ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava.
Non nel manga, ovviamente, ma nel modo in cui lo stavo tenendo.
L’ho girato, rigirato, aperto dalla parte che per tutta la vita mi hanno insegnato essere quella giusta e, dopo qualche secondo passato a cercare di capire perché la storia sembrasse iniziare dalla fine, mi sono dovuta arrendere all’evidenza: quella giusta era l’altra.
Per leggere un manga giapponese bisogna dimenticare per un momento quello che sappiamo sulla lettura occidentale e partire da destra, procedendo verso sinistra. Una volta aperta la pagina, poi, ci sono le vignette, i dialoghi, le immagini, dimensioni diverse e una sequenza che inizialmente richiede un minimo di attenzione.
Almeno a me!
Poi succede una cosa piuttosto curiosa: dopo qualche pagina smetti di pensarci. L’occhio ha capito. Sa da dove partire, intuisce dove deve andare dopo e segue una storia costruita da qualcun altro senza avere continuamente bisogno di chiedersi quale sia la vignetta (o koma) successiva.
Qualche tempo fa, mentre guardavo un manga, ho pensato che in fondo è esattamente quello che cerco di fare quando scrivo un articolo di blog.
No, non ho intenzione di iniziare a pubblicare articoli da destra verso sinistra e nemmeno di convincervi che per posizionarsi su Google servano i fumetti giapponesi.
Il punto è un altro. Un articolo di blog si scrive, ma soprattutto si costruisce pensando a come verrà letto. Ed è una distinzione che cambia parecchie cose.
Noi scriviamo in un ordine che il lettore potrebbe tranquillamente ignorare
Quando lavoro a un articolo, davanti a me c’è un documento bianco e il percorso sembra piuttosto semplice. Si parte dal titolo, si costruisce un’introduzione, si sviluppa l’argomento attraverso paragrafi e sottotitoli e, prima o poi, si arriva alla conclusione.
Io lo scrivo dall’inizio alla fine, ma non ho nessuna garanzia che chi arriverà su quella pagina decida di concedermi la stessa cortesia.
Potrebbe leggere il titolo e iniziare immediatamente a scorrere, fermarsi sul terzo sottotitolo perché è proprio lì che trova quello che stava cercando, tornare indietro di qualche riga, saltare un intero paragrafo, soffermarsi su una frase in grassetto e poi proseguire.
Potrebbe perfino arrivare quasi alla fine prima di decidere che l’articolo gli interessa davvero e tornare all’inizio.
Lo faccio anch’io e probabilmente lo facciamo tutti, soprattutto quando arriviamo su una pagina dopo aver fatto una ricerca e vogliamo capire in pochi secondi se, tra le centinaia di risultati che avevamo a disposizione, abbiamo scelto quello capace di rispondere alla nostra domanda.
Per molto tempo abbiamo chiamato questo comportamento “lettura veloce”, come se fosse una versione un po’ svogliata della lettura vera. In realtà è semplicemente uno dei modi in cui ci muoviamo tra i contenuti digitali.

Una pagina può accompagnare lo sguardo senza bisogno di spiegargli dove andare
Quando una tavola di un manga funziona, non c’è qualcuno accanto al lettore che gli indica dove guardare.
I mangaka usano una tecnica chiamata koma-wari, cioè l’arte di disporre i koma (le vignette) sulla pagina.
Le dimensioni cambiano, alcune immagini occupano più spazio, altre accelerano il ritmo, i dialoghi si inseriscono nel percorso e tutto contribuisce a creare una gerarchia che l’occhio impara a riconoscere.
Naturalmente un articolo di blog utilizza strumenti completamente diversi, ma il principio mi sembra molto simile:
- Il titolo apre una promessa,
- l’introduzione dovrebbe dare un motivo per continuare,
- i sottotitoli permettono di orientarsi,
- i paragrafi costruiscono il ragionamento,
- immagini, grassetti e link modificano continuamente il ritmo della pagina e attirano l’attenzione in punti diversi.
Per questo faccio fatica a considerare la struttura come qualcosa da sistemare dopo aver scritto.
Un articolo di blog sarà il nostro koma-wari perché la struttura, è già parte della scrittura.
Prima ancora delle parole c’è un percorso
Quando preparo un articolo per un cliente, una delle prime cose che cerco di capire è cosa abbia portato una persona fino a quella pagina e, soprattutto, cosa si aspetti di trovare una volta arrivata.
Sembra una distinzione minima, ma è quella che separa un contenuto scritto attorno a un argomento da un contenuto costruito attorno a un’esigenza reale.
Se cerco “quanto dorme un neonato di tre mesi”, probabilmente non ho voglia di attraversare ottocento parole sulla storia del sonno infantile prima di trovare una risposta.
Se sto cercando di capire come funziona un processo industriale complesso, invece, potrei aver bisogno che qualcuno costruisca il ragionamento un passaggio alla volta, perché partire direttamente dalla soluzione mi lascerebbe con più domande di prima.
Due articoli possono avere la stessa lunghezza, essere entrambi corretti dal punto di vista grammaticale e perfino essere ottimizzati per la SEO, ma offrire esperienze di lettura completamente diverse.
È qui che entrano in gioco le scelte che sulla pagina sembrano piccole e che, invece, decidono buona parte del percorso.

Un sottotitolo non è un’interruzione tra due blocchi di testo
Ho visto articoli (e l’ho fatto anche io per anni) in cui i sottotitoli, sembrano essere stati distribuiti con un righello: tre paragrafi, H2, altri tre paragrafi, H2, ancora tre paragrafi. Una specie di pausa obbligatoria per evitare il famigerato muro di testo.
Ma un sottotitolo ha un compito molto più interessante, perché deve riuscire a parlare anche con chi in quel momento non sta leggendo tutto quello che abbiamo scritto.
Se elimino mentalmente i paragrafi e rimangono soltanto titolo e sottotitoli, dovrei riuscire comunque a intravedere il percorso dell’articolo, capire di cosa parlerà e individuare il punto in cui potrebbe esserci l’informazione che sto cercando.
“Introduzione”, “I vantaggi”, “Perché è importante” e “Conclusioni” occupano spazio, ma raccontano pochissimo.
Tornando ai manga esiste il mihiraki, la celebre doppia pagina d’impatto che l’autore usa per i momenti di massimo climax drammatico o visivo. Un sottotitolo H2 ben riuscito è il nostro mihiraki: un punto d’arresto strategico che dice al lettore scettico ‘fermati qui, ne vale la pena’
Anche i grassetti possono raccontare qualcosa
Lo stesso ragionamento vale per il grassetto, che negli anni ha avuto una vita piuttosto movimentata.
Abbiamo evidenziato keyword, mezze frasi, concetti importanti e, qualche volta, talmente tante parole che per capire cosa fosse davvero rilevante sarebbe stato più semplice mettere in grassetto quelle rimaste normali.
Io preferisco pensarlo come un ulteriore livello di lettura.
Chi sta leggendo ogni parola probabilmente ne ha poco bisogno, mentre chi sta attraversando velocemente la pagina può utilizzarlo come un punto in cui fermare lo sguardo, capire un concetto e decidere se vale la pena leggere quello che gli sta intorno.
Per questo una frase evidenziata dovrebbe avere un senso, non limitarsi a segnalare al mondo che lì dentro abbiamo diligentemente inserito la nostra parola chiave.
E visto che l’ho nominata, tanto vale parlare anche di lei.
La SEO arriva molto prima di quando apriamo il plugin
Quando si parla di come scrivere un articolo di blog, prima o poi compare inevitabilmente la SEO e spesso compare sotto forma di elenco:
- keyword nel titolo,
- keyword nell’introduzione,
- H2/H3,
- link interni,
- alt text,
- meta description,
- semaforo verde per chi usa Yoast.
Sono tutte cose che hanno una funzione, ma ridurre l’ottimizzazione a questo significa perdersi la parte che trovo più interessante.
Una ricerca parte da una persona che vuole sapere, capire, confrontare, scegliere, risolvere qualcosa oppure semplicemente togliersi una curiosità.
La keyword è una delle tracce che quella persona lascia
Quando faccio una ricerca SEO prima di scrivere, quindi, non sto soltanto cercando parole da distribuire dentro un testo. Sto cercando di capire quali domande vengono fatte, quali aspetti dell’argomento interessano davvero, cosa compare già nei risultati e quale intento si nasconde dietro a una ricerca.
Da lì posso decidere cosa raccontare e in quale ordine farlo.
A quel punto titolo, sottotitoli, link interni e struttura della pagina smettono di essere una checklist da completare prima della pubblicazione e diventano parte dello stesso percorso che avevo iniziato a costruire per il lettore.
Google deve capire di cosa parla quella pagina, certo. Ma su quella pagina deve riuscire a muoversi anche chi ci è arrivato.
Alla fine sono tornata alla prima pagina
La cosa buffa è che, dopo aver capito come si legge un manga, il verso opposto smette abbastanza velocemente di sembrare sbagliato.
Non hai bisogno di ricordarti a ogni pagina “adesso devo andare verso sinistra”, perché a un certo punto il percorso diventa naturale e rimane soltanto la storia.
Credo che un articolo di blog ben costruito dovrebbe riuscire a fare qualcosa di simile.
Chi legge non dovrebbe accorgersi di tutti i ragionamenti fatti prima della pubblicazione, della ricerca delle parole chiave, della gerarchia degli H2, dei collegamenti interni scelti, dei punti in cui abbiamo deciso di rallentare e di quelli in cui era meglio arrivare subito alla risposta.
Dovrebbe semplicemente riuscire a trovare quello che cercava, capire ciò che stiamo raccontando e, magari, avere voglia di continuare a leggere.
Perché alla fine il lavoro che facciamo dietro a un articolo assomiglia molto a quello che avevo davanti senza rendermene conto mentre sfogliavo quelle pagine al contrario. Costruiamo un percorso abbastanza chiaro da permettere a chi legge di dimenticarsi che qualcuno lo abbia costruito.
Un articolo di blog non si scrive e basta: si costruisce per chi dovrà leggerlo
Se hai bisogno di un articolo per il tuo blog o stai pensando di aprirne uno ma non sai bene da che parte cominciare a disporre le prime “vignette”, contattami.
Facciamo due chiacchiere per capire come costruire il percorso perfetto per i tuoi lettori. E sì, se ti va, possiamo parlare anche di manga.


